Giochiamo: l’acqua, un nuovo mondo da esplorare…

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INDICE:

-      Introduzione
-      Definizione di gioco
-      Il gioco: sviluppo affettivo, cognitivo e sociale
-      Il gioco per Piaget
-      Winnicott: il gioco e la creatività
-      Principali forme di gioco nella I° infanzia: 0-3 anni
-      Perché un corso di acquamotricità neonatale?
-      L’aspetto ludico in acqua
-      La funzione dell’acquamotricista
-      Esempio di una giornata di acquamotricità
-      Riflessioni e conclusioni
-      Bibliografia e sitiografia

 
INTRODUZIONE
Vorrei iniziare questo mio elaborato con queste 2 frasi dalle quali si può dedurre come il gioco sia una componente importante nell’uomo in particolare per la crescita del bambino:
Il gioco è qualcosa che ci appartiene, ci costituisce ed è parte della nostra essenza, così come ci dice Giovanni Pascoli nel poema “Il fanciullino”, in cui esprime la sua idea di poesia. Come sostiene Pascoli nell’animo di ogni uomo esiste un eterno fanciullo, infatti durante la nostra crescita, il fanciullino dentro di noi conserva la sua capacità di stupirsi, di gioire, di scoprire il fascino e la bellezza di ciò che ci circonda.

Anche Pablo Neruda esprime un concetto alquanto simile: “Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che è dentro di lui”. Nell’accostarsi al mondo ludico e fantasioso del bambino,   l’ adulto così come l’ educatore, dovrebbe tener presente il fanciullino che è in lui. L’adulto, infatti, può diventare nel gioco un compagno privilegiato del bambino purché tenga sempre presente le capacità del bambino.

Tutto ciò è comunque riscontrabile nella realtà, perché si sa che in fondo il fanciullino che è dentro di noi, non vede l’ora di riemergere e quale occasione migliore se non quella in cui giocare coi i propri piccoli? E allora cosa aspettiamo?
… Giochiamo…

 
DEFINIZIONE DI GIOCO
Di solito si pensa che il gioco sia solo un passatempo, un momento di svago adatto soprattutto alla fase della giovinezza. Diversi contributi pedagogici, invece, sottolineano il gioco come luogo e momento privilegiato dell'educazione.
Per secoli il gioco è stato visto come un’attività solamente “constatata” e privata del suo significato e del suo valore. Le categorie superficiali di questa visione della manifestazione ludica erano la spensieratezza e l’attività per l’attività.

Il gioco era soltanto associato al divertimento, alla ricreazione, il suo fuoco centrale costituito dall’attività in se stessa e non dagli esiti e dai prodotti; era il tempo concesso prima di dedicarsi a cose più serie o una pausa dopo prolungati impegni di studio, relegato ai margini della giornata scolastica e confinato nella sfera del tempo libero. Spesso ha assunto la funzione di premio, di ricompensa e di rinforzo di condotte positive, mentre il suo valore intrinseco è stato negato e il suo significato autentico disconosciuto, ovvero l’aspetto educativo totalmente trascurato.

In realtà, il gioco, in tutte le sue forme assume una valenza educativa determinante nel processo di evoluzione dall’infanzia all’età adulta; il tema del gioco è stato studiato con prospettive diverse da filosofi, psicologi, sociologi, antropologi ma soprattutto da pedagogisti, i quali hanno cercato di cogliere la molteplicità dei suoi aspetti e delle sue caratteristiche.

Il gioco è per sua natura educante; è infatti attraverso questi che il soggetto impara a conoscere il mondo, a sperimentare il valore delle regole, a stare con gli altri, a gestire le proprie emozioni, a scoprire nuovi percorsi di autonomia e a sperimentare per tentativi ed errori le convinzioni sulle cose e sugli altri. L’attività ludica è qualcosa che va oltre un semplice divertimento: è spontaneità e auto motivazione  e costituisce un mezzo attraverso il quale l’ambiente viene sperimentato e conosciuto, la realtà manipolata e trasformata, e attraverso tale attività è possibile la scoperta e la conoscenza di se stessi.
 
La maggior parte degli studiosi dell’età evolutiva ritiene che un bambino sano è un bambino che gioca e nel corso dello sviluppo il gioco va ad assumere funzioni, caratteristiche e significati molto diversi. Da una parte consente di individuare il livello di maturazione raggiunto in ambito motorio, cognitivo e sociale e dall’altra assume una rilevanza della dimensione sociale.

Elementi fondamentali per poter parlare di gioco sono: divertimento e piacere. L’autrice Catherine Garvey definisce l’attività ludica come qualcosa di piacevole, spontaneo, scelta libera e volontaria, non finalizzata ad un obiettivo pratico ed implica l’attivo coinvolgimento di chi lo attua. Sul perché si giochi sono state avanzate varie ipotesi: gioco visto come scarica di energia, come espressione culturale, come sperimentazione della realtà o come modalità d’interazione e socializzazione.

I bambini fin dai primi mesi iniziano a giocare attraverso il gioco inconsapevole che ha la funzione di adattamento all’ambiente, tra queste abbiamo: esercizio di attività riflesse, sperimentazione delle parti del corpo, esplorazione del mondo circostante, funzione comunicativa ecc.. mentre le attività ludiche dell’età prescolare sono fortemente legate allo sviluppo percettivo e motorio. Possiamo distinguere così 2 grandi categorie di gioco:
 

IL GIOCO: sviluppo affettivo, cognitivo e sociale
Durante la crescita le modalità di gioco del bambino tendono a modificarsi e ciò è legato anche al suo sviluppo emotivo; questa fase diviene così chiave di lettura del suo equilibrio psichico. Possiamo così individuare diverse tappe:
 
 
A livello cognitivo, il gioco favorisce lo sviluppo della memoria, dell’attenzione, la concentrazione, la capacità di relazionarsi e confrontarsi. Una scarsa e carente attività ludica può contribuire a creare delle carenze a livello cognitivo.

A livello sociale invece il gioco si manifesta attraverso 3 stadi:
 
L’attività ludica acquista una grande importanza per comprendere lo sviluppo evolutivo; la valutazione del gioco è importante perché avviene tramite delle sequenze sistematiche che a loro volta corrispondono a fasi di ordine cognitivo. Il gioco svolge così una duplice funzione nello sviluppo evolutivo:
-      consente al bambino di comprendere la realtà esterna e gli consente un buon adattamento;
-      consente al bambino di conoscere , interpretare  e controllare il proprio mondo interno e in questo modo creare la giusta mediazione tra le 2 realtà.
 
Attraverso il gioco il bambino può conoscere, comprendere ed interiorizzare ogni nuova esperienza  ed acquisizione; l’attività ludica è considerata importante dal punto di vista di socializzazione, non solo da un punto di vista socio emotivo, ma come strumento che gli consente di conoscere, controllare e gestire le frustrazioni che provengono dalla società e in questo modo comprendere i proprio bisogni e mediarli con quelli degli altri.
 
IL GIOCO PER PIAGET
Il gioco riveste un ruolo fondamentale per lo sviluppo intellettivo: esso, infatti, stimola la memoria, l'attenzione, la concentrazione, favorisce lo sviluppo di schemi percettivi, capacità di confronto, relazioni ecc. e una sua carenza porta a gravi carenze a livello cognitivo.
 
Tra gli studiosi che hanno analizzato e studiato il gioco abbiamo J. Piaget, psicologo e pedagogista, (1937-1945)  che mette in correlazione lo sviluppo del gioco con quello mentale, affermando che il gioco è lo strumento primario per lo studio del processo cognitivo del bambino. Piaget, infatti, parte dalla convinzione che il gioco sia la "più spontanea abitudine del pensiero infantile".

Egli afferma che lo sviluppo intellettivo del fanciullo passa attraverso due processi: assimilazione e  accomodamento.

L'assimilazione
, è un processo per cui un elemento della realtà esterna viene inserito in schemi mentali già preesistenti, senza che l'esperienza cambi tali schemi. Ad esempio un bambino piccolo avrà imparato a battere un bastoncino sul tavolo o su altre superfici, batterà allo stesso modo qualsiasi oggetto che si troverà in mano. Ogni oggetto viene inserito nello schema "battere ritmicamente".

L'accomodamento,
è un processo complementare all’assimilazione in cui i dati della nuova esperienza modificano gli schemi già posseduti. Il bambino che ha imparato a battere ritmicamente un oggetto, avendo a disposizione una pallina può inserirla nello schema "battere ritmicamente", poi scoprirà che può rotolare, creando una nuova categoria "oggetti che rotolano". È la possibilità dell’individuo di adattarsi plasticamente alle esigenze che il mondo esterno gli presenta.

L’equilibrio adattivo,
è dato da assimilazione/accomodamento che sono i 2 poli di un’interazione tra organismo e ambiente; l’adattamento più compiuto/produttivo è quello caratterizzato da uno stato di equilibrio fra i 2 momenti che lo formano. Vi sono momenti dello sviluppo in cui il rapporto fra assimilazione/accomodamento non è equilibrato (primi anni di vita) in cui vi è l’impossibilità di distinguere l’assimilazione degli oggetti all’io e l’accomodamento dell’io agli oggetti.

Questi 2 processi si presentano in una fase di squilibrio in 2 fondamentali attività del bambino, nel gioco/imitazione:
* gioco, momento di forte prevalenza dell’assimilazione sull’accomodamento; qui opera al fine di sottomettere la realtà alla fantasia/sogno ex gioco del lanciare (sempre stesso movimento);
* imitazione, prevalenza dell’accomodamento sull’assimilazione; il bambino è interessato a riprodurre nel modo più preciso una realtà che in quel momento si è imposta alla sua attenzione.
In entrambi i casi c’è una situazione di squilibrio mentre l’adattamento intelligente si presenta all’interno dei vari periodi di sviluppo quando fra l’assimilazione e l’accomodamento si crea un equilibrio: il soggetto assimila gli oggetti esterni ai propri schemi e questi nel contempo vengono ad accomodarsi alle caratteristiche di tali oggetti.
 
Per Piaget il gioco ha una duplice funzione:
 
Piaget distingue 3 grandi periodi dello sviluppo cognitivo:
 
Ogni periodo è scandito al suo interno in successioni di stadi.
Secondo Piaget si possono individuare tre stadi di sviluppo del comportamento ludico:
 
 
WINNICOTT: IL GIOCO e LA CREATIVITA’
Lo psicoanalista Donald Winnicott ha dedicato molte delle sue riflessioni al rapporto tra gioco e atto creativo, relazionandoli con le principali esperienze che il bambino incontra nella sua crescita.
Per lui, alla nascita il neonato non ha nessuna consapevolezza della realtà esterna che lo circonda e vive così una fusione totale con la realtà esterna, dipendendo dalle cure materne; si parla infatti di una madre “sufficientemente buona” che è quella che si adatta completamente ai bisogni del bambino; qui il bambino vive l’illusione di essere lui la fonte di soddisfazione dei propri bisogni (autismo fisiologico).
 
Secondo Winnicott, quindi il percorso evolutivo si snoda dalla dipendenza assoluta (0/5) in cui non distingue la madre da se stesso alla dipendenza relativa (6/12) in cui il desiderio della presenza materna viene consapevolizzato, trovando poi conforto in un oggetto sostitutivo, transazionale; dal 2 anno inizia poi la fase dell’indipendenza in cui è il ricordo delle soddisfazioni istintuali ricevute che sostiene il bimbo quando non sono presenti.
 
Per compiere quindi questo passaggio dalla soggettività pura all’oggettività, il bambino si serve di oggetti transizionali come ad esempio una copertina, un peluche ecc.. che rappresentano la transizione del bambino da uno stato di essere fuso con la madre ad uno stato di essere in rapporto con la madre come qualcosa di esterno e separato. L’oggetto transazionale non appartiene né alla realtà interna né al mondo esterno e viene a dare forma a quell’area di illusione che congiungeva madre e bambino, questo darà vita ad un’area intermedia di esperienza.
 
Quest’area intermedia tra la dimensione soggettiva ed oggettiva rappresenta quella stessa illusione che nella vita adulta è parte intrinseca dell’arte e della religione e il territorio dove hanno origine il vivere creativo che si manifesta prima nel gioco e poi nella vita culturale. L’uso che il bambino fa del suo oggetto transizionale, rappresenta per Winnicott, il primo uso che fa il bambino di un simbolo e la sua prima esperienza di gioco. In quest’area di gioco il bambino raccoglie oggetti o fenomeni dal mondo esterno e li usa al servizio di qualche elemento che deriva dalla realtà interna o personale.
 
Il gioco è per Winnicott, sempre un’esperienza creativa e la capacità di giocare in maniera creativa permette al soggetto di esprimere l’intero potenziale della propria personalità. In questo modo, attraverso un atteggiamento ludico verso il mondo, in quest’area intermedia, può comparire l’atto creativo che permette al soggetto di trovare se stesso, di essere a contatto con il nucleo del proprio Sé.
 
La creatività, non consiste nei prodotti dei lavori artistici (creazioni) ma è invece data dal modo che ha l’individuo di incontrarsi con la realtà esterna: essa è universale, appartiene al fatto di essere vivi e si può considerare come una cosa in sé. L’impulso creativo, è presente allo stesso modo in qualsiasi persona e la creatività non può essere mai del tutto annullata, può semplicemente restare nascosta e questo viene a determinare la differenza tra il vivere creativamente e il semplice vivere.
 
L’esperienza culturale comincia con il vivere in modo creativo, ciò che in primo luogo si manifesta nel gioco. Se la madre è in grado di fornire le condizioni opportune, ogni dettaglio della vita del bambino è un esempio di vivere creativo; se al bambino invece non viene data quest’opportunità non vi è alcun territorio in cui il bambino possa giocare o fare l’esperienza culturale. Il bambino in carenza è irrequieto e incapace di giocare ed ha un impoverimento della capacità di fare esperienza nel campo culturale. Infine giocare, è una maniera particolare di agire, una maniera di trattare la realtà in forma soggettiva, è possibilità unica di essere creativi. Per Winnicott, il gioco non ha età in quanto lo vede come un atteggiamento ludico e creativo verso il mondo. Il bambino e l’adulto che vivono creativamente, giocano entrambi, riempiendo con i prodotti della propria immaginazione e con l’uso di simboli, lo spazio tra sé e l’ambiente.
 
PRINCIPALI FORME DI GIOCO NELLA I° INFANZIA: O-3 anni
C’è chi ha sostenuto che il gioco sia il lavoro dei bambini e questa ideologia ha goduto un periodo di rilevante dominio nelle teorie psicologiche ed educative. In questa fascia d’età 0-3 i bambini verranno in contatto con centinaia di giochi differenti fra peluches, costruzioni, anellini, barchette, macchinine, bambole ecc… ma si sa che il primo gioco di un bambino piccolo è il corpo della persona che si prende cura di lui, infatti gioca con le dita della mamma, intreccia le sue dita nei capelli, nella barba del papà, afferra orecchini e tutto ciò che può metterlo in contatto con lei.
 
A volte per “svegliare” l’attenzione di un bambino non è necessario spendere soldi in giochi costosi ma basta utilizzare anche i materiali più semplici che si hanno in casa che a volte risultano più interessanti e piacevoli di giochi costosi.
Infatti tra le varie proposte di attività per i bambini di quest’età si hanno: il Cestino dei Tesori e il Gioco Euristico di Elinor Goldschmied.

Il Cestino dei Tesori
, viene proposto una  volta che il piccolo ha imparato a stare seduto autonomamente  (6/7 mesi ca) fino a quando inizia a deambulare. Si sa che il cervello dei bambini si sviluppa rapidamente e in risposta a flussi di stimoli provenienti dall’ambiente attraverso i sensi e il movimento del corpo; il cestino dei tesori infatti raccoglie e fornisce una ricca varietà di oggetti comuni scelti apposta per stimolare tutti i 5 sensi (vista, udito, olfatto, tatto e gusto). Si vede come un bambino davanti al cestino osservi i vari oggetti, ne seleziona alcuni scartandone altri che non lo interessano; esamina l’oggetto portandoselo alla bocca, leccandolo, morsicandolo, lanciando ecc… il cestino dei tesori prevede quindi l’utilizzo di un cestino con fondo piatto, senza manici e fatto di materiale naturale. C’è da tener presente che il materiale non deve essere pericoloso per il bambino e deve essere sempre pulito e disinfettato periodicamente oltre che rinnovato. Tra gli oggetti più diffusi si trovano:
Gli oggetti permettono ai bambini di domandarsi “Cos’è?”, “A cosa serve?” e di trovarsi di fronte ad un’ampia e libera scelta, assumendo un ruolo attivo nel prendere una decisione.
 
Il Gioco Euristico invece, è rivolto ai bambini più grandicelli (12/20 mesi ca) che sanno già spostarsi autonomamente e consiste nel dare ad un gruppo di bambini, per un periodo di tempo definito, in un ambiente controllato, una grande quantità di oggetti diversi e contenitori di varia natura con i quali possano giocare liberamente e senza l’intervento dell’adulto. Uno dei grandi meriti di questo approccio è quello di liberare la creatività negli adulti e far si che il compito di seguire i bambini diventi più stimolante.

Lo scopo di questo gioco è quello di esplorare e scoprire da soli la relazione fra gli oggetti; i bambini lavorano con uno scopo e sono concentrati. Durante il processo di esplorazione del materiale, la questione di un uso giusto o sbagliato non si pone. I bambini osservano come si comportano gli oggetti mentre li maneggiano.
Qualsiasi cosa facciano è un successo, l’unico fallimento si presenta quando insistono nel fare qualcosa che la natura stessa dell’oggetto impedisce. I bambini quindi svuotano, riempiono, catalogano e riordinano gli oggetti che hanno a disposizione.
 
Il gioco euristico consiste anche nel riordinare gli oggetti; molti degli oggetti per il gioco euristico sono simili a quelli del cestino dei tesori ma questi vanno riposti in sacche chiuse da un laccio. Gli oggetti suggeriti per il gioco euristico sono: pon pon di lana, sacchettini e scatole, cilindri di cartone, nastri, coperchi di barattoli, chiavi vecchie, tappi di bottiglie, barattoli, mollette, bigodini, fermaporta in gomma, catene di varie misure…
In entrambe le attività, il ruolo dell’adulto è quello di organizzatore dello spazio e facilitatore oltre che osservatore.
 
Oltre a queste 2 principali forme di gioco, abbiamo anche:
 
Nei primi 3 anni il bambino vuole esplorare il mondo e vengono attuati i tentativi del “far finta che” riproducendo attività della propria quotidianità. Le forme più rudimentali di gioco di fantasia appaiono verso il I° anno quando il bimbo offre la pappa alla bambole o simula il motore delle auto. Il bambino si cimenta nelle prime forme di gioco di fantasia in modo autonomo; il gioco di finzione di tipo sociale avviene verso i 3 anni quando il bambino è in grado di coinvolgere gli altri. Il gioco di finzione  (2 anni ca) è un’attività comportamentale che si contraddistingue per il suo valore simulativo.
 
Il gioco di finzione è visto come un contesto utile al bambino per iniziare a sviluppare ed affinare la propria competenza semiotica, cioè la capacità di usare dei simboli per rievocare persone, oggetti ed eventi fisicamente non presenti in quel momento. Il gioco di finzione sembra richiedere le stesse abilità necessarie per la comprensione degli stati mentali; rappresenterebbe uno spazio dentro cui il bambino mostrerebbe una competenza superiore rispetto a quella posseduta in un contesto reale.
 
Lillard individua 6 caratteristiche necessarie per parlare di gioco di finzione:
Nel gioco di finzione bisogna sapere che si è inseriti in una cornice metaforica, fantasiosa e chi finge deve saper sospendere la dimensione del reale per lasciare spazio agli aspetti della finzione. Il gioco che i bambini fanno verso i 2 anni prevede la trasformazione degli elementi fisici del contesto (ex un pezzo legno diventa un sapone); col tempo appare il gioco di ruolo che comporta l’abilità d’immaginare e rappresentare il ruolo di un’altra persona. Dopo i 2 anni il gioco di ruolo diviene una modalità d’interazione più importante (recita parte di qualcun altro, s’immedesima)
Il gioco di ruolo è strettamente connesso ai processi di simulazione: colui che prende parte al gioco si proietta nella situazione di finzione assumendo il ruolo di uno dei protagonisti. Il gioco simbolico inizia quando azioni di routine e oggetti sono distaccati dai loro ruoli tipici e dalle loro funzioni e usati in una maniera atipica, giocosa (2/3 anni ca). 
 
PERCHE’ UN CORSO DI ACQUAMOTRICITA’ NEONATALE ?
Questa può essere la domanda di molti genitori, i quali si domandano per quale motivo il loro piccolo, già dalla più tenera età dovrebbe stare, oltre al momento del bagnetto, a contatto con l’acqua. Alcuni autori sostengono, innanzitutto che promuovere l’attività fisica nell’infanzia contribuisca a sviluppare sane abitudini di vita. I benefici immediati sarebbero legati al miglioramento delle capacità motorie ed alla minore esposizione a malattie croniche e inoltre coinvolgerebbe anche la sfera psicologica, contribuendo a costruire una migliore immagine di sé.

Bisogna tener presente che il nostro corpo immerso nell’acqua subisce numerose sollecitazioni e gli apparati maggiormente coinvolti sono quello cardiovascolare, respiratorio e otorinolaringoiatrico. I benefici dell’acqua su un neonato sono diversi, tra cui: sensazioni di benessere, benefici all’apparato respiratorio e all’attività cardiovascolare, stimolazione della libertà di movimento, sviluppo capacità psicomotorie ed infine favorisce l’appetito, il rilassamento e il sonno.

I bambini a contatto con l’acqua vivono una straordinaria esperienza di gioco e di libertà e inoltre nell'acqua sperimentano le loro abilità motorie che saranno poi la base per camminare e correre.
I corsi neonatali sono un'esperienza bellissima sia per il genitore che per il bambino. L'ambiente acquatico infatti richiama nel neonato l'utero materno, il cui ricordo nei primi mesi di vita è certo molto vivo. Si tratta per lui di una regressione tranquillizzante, che nel contempo lo mette in grande intimità con il genitore che lo accompagna in acqua, cullandolo fra le braccia.
 
L'acqua favorisce una vicinanza fisica istintiva e sensuale, nel senso che coinvolge molti sensi  e di frequente le mamme riescono in piscina a liberarsi di molte ansie naturali, tipiche dei primi mesi di maternità. Non è detto però che in piscina il bambino debba per forza entrare con la mamma, anche se nei primi tempi i 2 vivono un rapporto molto intenso, quest’esperienza può essere vissuta e condivisa anche con il papà o perché no con nonne o zie. È importante comunque che sia una figura familiare che trasmetta fiducia e sicurezza e che mantenga continuità in modo da dare al piccolo un solido punto di riferimento. In acqua i bambini scoprono un mondo nuovo, e nel contempo hanno la possibilità di fare esperienze motorie utilissime anche nella vita di tutti i giorni.

Da ricordare è che il corso di acquaticità è un momento di gioco, che lega il piccolo al genitore, e non di esercizi. Bisogna capire gli interessi del bambino e le sue attività spontanee senza mai sforzare il bambino nel fare qualcosa. L’attività principale di questi corsi è il gioco che si inserisce come un nuovo mezzo per conoscere, esplorare e sperimentare.
 
ASPETTO LUDICO IN ACQUA
Come già accennato sopra, elemento portante di questi corsi è appunto l’aspetto ludico che deve coinvolgere ed incuriosire il bambino. L’acquamotricista deve tener conto del momento evolutivo del bambino, così da proporre il materiale adeguato a stimolare la curiosità e l’interesse del bambino. Da considerare anche l’importanza della relazione; il bambino in acqua ha diritto a:

FUNZIONE DELL’ACQUAMOTRICISTA
Il ruolo dell’adulto, innanzitutto genitore e poi educatore, è quello di rendere consapevole il bambino dell’esperienza acquatica. Compito di questo corso di acquamotricità e quindi dell’educatore non è quello di insegnare a nuotare al piccolo ma bensì che colleghi all’elemento acqua, il piacere. Qui l’educatore non deve sostituirsi al genitore, ma deve seguirlo, sostenerlo e guidarlo in questo percorso ricco di sensazioni, emozioni ed esperienze. Oltre a condurre la lezione, deve quindi fornire assistenza alla famiglia, guidarla e proporre giochi, materiali in linea con lo sviluppo e i ritmi del bambino.

Durante le prime lezioni, l’educatore non dovrà intromettersi con invadenza nel rapporto privilegiato tra mamma e figlio, ma dovrà rispettare la diade, suggerendo al genitore le manovre e le prese da effettuare, eventualmente creando un ambiente più raccolto e circoscritto nel quale far meglio ambientare il piccolo. Sarà poi il bimbo stesso che in un secondo momento lancerà segnali di maggiore apertura verso l’ambiente esterno, i piccoli e grandi giochi, gli altri bambini all’interno del gruppo, solo allora si potrà intervenire con nuove proposte che lo porteranno sempre più verso una maggiore autonomia acquatica. La capacità di osservazione è molto importante e deve essere viva nell’insegnante; l’osservare, infatti, ci permette di capire quali sono le zone di interesse dei bimbi, quali le caratteristiche comportamentali, i rapporti che si instaurano all’interno del gruppo.

Un altro compito importante è quello del moderatore. Possono capitare durante la lezione momenti di poca armonia, inadeguatezza delle richieste e risposte all’interno del rapporto mamma-bimbo, alte aspettative da parte del genitore nei confronti del figlio, piccole regole non rispettate, troppa rilassatezza da parte del genitore, situazioni che prevedono l’intervento dell’educatore per riportare il giusto equilibrio.
Si tratta di momenti cruciali dell’apprendimento perché entrano in gioco fiducia reciproca ed equilibrio emotivo che permettono al bambino di affrontare l’attività in modo proficuo.

L’osservazione è un buon metodo per cercare di capire queste situazioni di non armonia e squilibrio, ma è sempre utile anche un dialogo e scambio di opinioni (non invadenti) col genitore. Deve inoltre porre attenzione alle esigenze e ai bisogni che i bambini manifestano durante l’attività oltre che disporre con cura e competenza il materiale ludico al fine di favorire l’attività dei bambini. Le parole chiave che potrebbero riassumere la figura dell’educatore sono:
ESEMPIO DI UNA GIORNATA DI ACQUAMOTRICITA’
La lezione di acquamotricità neonatale viene suddivisa in diverse fasi:
Queste fasi saranno più o meno ampie a seconda della fascia d’età con cui si ha a che fare; si hanno infatti diversi corsi:
-      Acqua d’amore, corso base 3 mesi / 3 anni
-      Divento grande, corso intermedio dai 2 anni (senza la partecipazione del genitore)
-      Gioco e tecniche, corso avanzato dai 2 ½ anni (senza genitore)
-      Acqua favolosa, corso avanzato dai 2 anni (con genitore)
-      Acqua favolosa 2, corso avanzato dai 3 anni (con genitore)

Il materiale ludico utilizzato è molto vario, tra i più usati, abbiamo: salvagentino tedesco, bracciolini, tubi, animaletti di plastica, scivoli, tappetini di varie dimensioni, animali gonfiabili su cui eseguire una variabile del canguro, anelli, bastoni di acquamotricità, vaschetta, palline ecc…
Durante la fase d’ambientamento, compito fondamentale dell’operatore è quello di rendere l’ambiente stimolante ed interessante per far “superare” i fattori di disagio nel bambino. Qui può esser svolto il massaggio del corpo del bambino per farlo rilassare o una fase motoria libera. Sarà poi il piccolo che ci farà capire quando sarà pronto ad entrare in acqua.

Nella fase di esplorazione, il bambino vive l’ambiente circostante stando tra le braccia sicure del genitore e in questo modo inizia a sgambettare; l’autonomia tramite presidi natatori come il salvagentino tedesco o i bracciolini costituisce una fase molto importante per il raggiungimento dell’indipendenza. L’approccio psicomotorio prevede lo sviluppo del riflesso di prensione e per svilupparlo viene usata la tecnica delle bracheazioni, ovvero usare strumenti come anelli, bastone della psicomotricità (a partire dal 6° mese) o semplicemente le mani del genitore. Questi esercizi vanno a vivacizzare l’attività tenendo sempre presente l’aspetto giocoso.

Può essere inserita anche la stimolazione nello spazio tramite il su/giù con gradualità, il canguro o il salto seduto dal bordo evitando comunque eventuali disagi nel piccolo. Qui si può inserire anche l’attività dell’immersione, che va comunque introdotta non prima di 3/4 sedute positive in acqua; innanzitutto vanno preparati sia il genitore che il piccolo (su/giù, cangurino) e spiegate l’utilità di questa tecnica. Le immersioni possono avvenire con la partecipazione passiva o attiva del piccolo e possono essere:
è sempre importante sorprenderlo all’emersione con un gioco e premiarlo oltre che coccolarlo
Durante la fase dei giochi di gruppo è utile una buona dose di fantasia per creare ogni volta proposte nuove e stimolanti che mettano i bambini in relazione tra di loro: ad esempio con il quadro (struttura componibile a forma di torre) si può immaginare di essere seduti su una navicella spaziale diretta su un nuovo pianeta. I piccoli, giocando insieme, sviluppano la capacità di emulazione ed imitazione verso i bambini più grandi e questo li aiuta nella coordinazione psicomotoria.

Verso la conclusione della lezione è giusto dare spazio anche al rilassamento e alle coccole tra le braccia di mamma o papà oltre che ad un’analisi del lavoro svolto, riassumendo le attività effettuate e comprendendo le motivazioni e le finalità pedagogiche del lavoro svolto.
 
RIFLESSIONI E CONCLUSIONI
Per i neonati il contatto con l'acqua rappresenta una straordinaria esperienza di gioco e di libertà. Inoltre nell'acqua sperimentano le loro abilità motorie che saranno poi la base per camminare e correre. Ricordiamo che non è un corso per imparare a nuotare ma è un momento di gioco, in cui il bambino è libero e crea un rapporto intenso con i propri genitori. Infatti, come già detto, i genitori sono i compagni di gioco privilegiati: è grazie alla loro presenza che il bambino costruisce le sue modalità comunicative, di relazione e migliora le capacità motorie ed acquatiche. Importante: il genitore non deve sostituirsi a lui ma nemmeno essere assente.
 
L’immagine del gioco sembra rappresentare una metafora significativa della formazione/educazione pensata come un divenire, un movimento, un percorso da compiere, ma anche come un mondo differente dal mondo della vita, ma non per questo meno reale. Un mondo “piccolo” che si rappresenta, si interpreta e si rielabora il mondo grande che ci circonda.
In conclusione si può dire che EDUCARE vuol dire GIOCARE…
 
 
“Dategli 1000 fogli bianchi,
una matita,
una scatola di cartone,
una palla…
e lui inventerà il mondo”  (Bernardi)
 
Già da queste parole di Bernardi, si può dedurre che il bambino, attraverso il gioco, può creare ogni cosa a partire dal nulla; anche la più semplice delle cose per noi, per lui può significare molto, come la nostra presenza (genitori ed educatori) nel suo percorso di crescita, specie in un ambiente dove le sensazioni sono amplificate e tutto  è meno naturale. L’ambiente acquatico si sostituisce a quello quotidiano dando serenità e ulteriore benessere al bambino facendogli apprendere molte cose e vivendo nuove esperienze.

 
BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA
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